Francesca lo riconobbe dalla risata, prima ancora di vederlo. Allo stand di un produttore danese, tra sedie di frassino e lampade di carta, c’era Nicola Ferri, quello del terzo banco, quello che a diciassette anni le aveva scritto una lettera senza mai consegnargliela.
«Ce l’ho ancora», le disse dieci minuti dopo, davanti a un caffè pessimo. «La lettera. È in un cassetto a Bari.»
Lei rise. Poi smise di ridere.
Brera
Andrea, suo marito, era a Verona con la ditta. La chiamava ogni sera alle nove, puntuale, e le chiedeva com’era andata la giornata. Francesca rispondeva «stancante», e non mentiva del tutto.
La terza sera camminò con Nicola per le vie di Brera fino a tardi. In un portone di via Fiori Chiari lui le prese il viso tra le mani, molto lentamente, come se aspettasse da vent’anni il permesso. Lei glielo diede.
La sua stanza d’albergo dava sui Navigli. Il resto Francesca lo tiene per sé.
Il sesto giorno
Non si sentiva in colpa, ed era questo a spaventarla. Si sentiva come una stanza a cui qualcuno avesse finalmente aperto le finestre. Con Andrea erano anni di gentilezza e di silenzi educati, di cene in cui parlavano solo dei lavori in casa.
Il sesto giorno Nicola le chiese: «E adesso?»
«Adesso torno a casa», disse lei. «E dico la verità. Poi vediamo cosa resta.»
La verità
Andrea la ascoltò senza interromperla, seduto sul bordo del letto. Alla fine si tolse gli occhiali e disse una cosa che lei non si aspettava:
«Lo sapevo che sarebbe successo, prima o poi. Non con chi. Ma lo sapevo. Noi due ci siamo persi da tanto.»
Non ci furono urla. Ci fu una lunga notte e, al mattino, una decisione presa insieme, quasi con tenerezza.
Oggi Francesca vive a Bari. La lettera di Nicola, finalmente consegnata, è incorniciata nello studio. Con Andrea si sentono a Natale. Lui ha una compagna nuova e, dice, ha ricominciato a ridere.



