Marco gliel’aveva chiesto per anni, con mezze frasi e sguardi lunghi. Giulia aveva sempre cambiato discorso. Poi, la sera del loro decimo anniversario, gli aveva messo in mano una sciarpa di seta nera.
«Questa sarà la tua benda», gli disse. «Sabato. La terrazza è nostra, l’ospite lo scelgo io. E sarò io a decidere quando potrai vedere.»
Lorenzo
Lorenzo era un fotografo che Giulia aveva conosciuto a una mostra a Testaccio. Si erano visti tre volte, sempre in pubblico, sempre parlando di questo. Marco non l’aveva mai incontrato. Non sapeva neppure che faccia avesse.
Sabato sera la terrazza di Trastevere era piena di candele e di gelsomino. Giulia fece sedere il marito su una sedia di ferro battuto, gli legò la sciarpa sugli occhi e gli sussurrò all’orecchio:
«Se qualcosa non va, per chiunque di noi, dici Tevere. E si ferma tutto. Per il resto, stai zitto e ascolta.»
Ascoltare
Fu l’ora più lunga della sua vita. Sentì il campanello, i passi, una voce maschile calma. Sentì il tintinnio dei bicchieri, la risata di sua moglie, poi un silenzio diverso. Il fruscio di un vestito. Il respiro di lei che cambiava.
Ogni tanto Giulia si avvicinava e gli chiedeva: «Vuoi vedere?»
«Sì.»
«Non ancora.»
Il buio rendeva tutto più grande. Ogni suono diventava un’immagine, e le immagini che si costruiva erano più forti di qualsiasi cosa avesse mai immaginato.
La luce
Quando finalmente lei gli sciolse la benda, le candele gli ferirono gli occhi. Giulia era lì, davanti a lui, i capelli sciolti, Lorenzo alle sue spalle. Lo guardava dritto, con un sorriso che Marco non le aveva mai visto.
«Adesso sì», disse. «Adesso guarda.»
Quello che vide resta su quella terrazza.
Più tardi, quando Lorenzo se ne fu andato, Giulia gli riannodò la sciarpa al collo, come una cravatta.
«Raccontami cosa hai immaginato al buio», gli chiese. «Tutto. Poi ti dirò io quanto ci sei andato vicino.»
La sciarpa nera ora è appesa all’attaccapanni dell’ingresso. Marco ci passa davanti ogni mattina, e ogni mattina gli batte il cuore.



