Ettore la conobbe al circolo di scacchi di via Po. Lei si chiamava Ottavia, insegnava matematica al Politecnico e lo batté tre volte di fila in meno di venti minuti. Alla terza, gli disse:
«Lei gioca come uno che vuole essere sconfitto. Venga a giocare a casa mia. Nono piano, giovedì alle dieci.»
La scacchiera
L’appartamento era pieno di libri e di luce gialla. Dalla finestra si vedeva la Mole illuminata. Sul tavolo, una scacchiera di legno antico e un foglio piegato.
«Prima le condizioni», disse Ottavia. «Le legga.»
Erano scritte a mano. Cosa lui desiderava. Cosa era escluso, sempre. E in fondo, sottolineata: Se dice «rosso», la partita finisce e io torno a essere solo un’avversaria.
«E adesso le regole del gioco», aggiunse. «Per ogni pezzo che perde, io stabilisco una regola. Valida fino a fine serata.»
I pezzi
Perse un pedone al quinto minuto. Si toglie la giacca e non parla senza permesso.
Perse un cavallo. Si siede per terra, accanto alla mia sedia.
Perse un alfiere, poi una torre. Le regole diventarono più sottili, più precise: dove posare lo sguardo, quando respirare, quanto aspettare prima di muovere. Ottavia lo toccava di rado, appena un dito sotto il mento per fargli alzare la testa, e ogni volta Ettore dimenticava la posizione dei pezzi.
Quando perse la regina, lei sorrise per la prima volta.
«Ora», disse piano, «la regola la scelgo con calma.»
Quello che successe dopo resta al nono piano.
Il giovedì
Sono passati sei mesi. Ettore non ha ancora vinto una partita, e non ha fretta. Ogni giovedì alle dieci sale al nono piano, si siede davanti alla scacchiera e aspetta che lei muova per prima.
Al circolo dicono che il suo gioco è migliorato. Lui risponde che ha avuto un’ottima insegnante. Non aggiunge che in quelle lezioni non è mai stato lui a scegliere le regole.



