Il primo messaggio arrivò alle 6:12 del mattino.
Mi hai preso DI NUOVO il caricabatterie?
Lukas, mezzo addormentato ad Amburgo, fissò lo schermo. Non conosceva nessuno con quel numero. Scrisse: Credo che tu abbia sbagliato persona. Ma mi dispiace per il caricabatterie.
La risposta arrivò un minuto dopo. Oh no. Scusa!! Ho un telefono nuovo e il numero di mia sorella è diverso solo per una cifra. Buongiorno, sconosciuto.
Buongiorno, scrisse lui. E lì sarebbe dovuta finire.
Messaggi prima del caffè
La mattina dopo ne arrivò un altro. Aggiornamento: il caricabatterie ce l'aveva mia sorella. Giustizia è fatta.
Lui rise ad alta voce nella sua cucina vuota.
Si chiamava Ines. Aveva 29 anni, faceva l'infermiera a Lisbona e lavorava di mattina. Le piacevano i reality terribili, nuotare in mare d'inverno e litigare sull'ananas nella pizza (ci va, diceva, e chi non è d'accordo è un codardo). Lui aveva 32 anni, ingegnere, il tipo d'uomo che tiene in vita le piante e si dimentica di chiamare la madre.
In una settimana i messaggi del buongiorno erano diventati un rituale. Lei scriveva prima del turno; lui rispondeva al primo caffè. Poi i messaggi della buonanotte. Poi i vocali, perché scrivere secondo lei era «troppo lento per i miei pensieri».
La sua voce era più bassa di quanto lui si aspettasse e rideva a metà delle frasi.
La foto
Non si erano mai mandati foto. Era diventata una specie di battuta tra loro – il mistero è la parte migliore – finché una sera di dicembre lei scrisse: Voglio sapere che faccia fai quando sorridi ai miei messaggi.
Lui mandò una foto: cucina, luce pessima, capelli spettinati, un sorriso vero. La risposta di lei arrivò dopo tre minuti.
Oh. Oh no. È un problema.
Perché?
Perché adesso voglio vederlo dal vivo.
La sua arrivò un minuto dopo: ricci scuri, lentiggini, un badge dell'ospedale, occhi stanchi e un gran sorriso. Lui la guardò a lungo.
Con prudenza
Lukas aveva un amico che aveva perso duemila euro con una «fidanzata» conosciuta online, che aveva sempre bisogno di soldi per un biglietto aereo mai comprato. Così era prudente, e lo era anche lei. Prima di tutto fecero una videochiamata. Lei gli mostrò la vista dal suo balcone: vera, inconfondibilmente Lisbona. Lui le mostrò la pioggia grigia di Amburgo.
Nessuno chiese soldi. Nessuno ebbe un'emergenza improvvisa. Parlarono e basta per tre ore, finché il telefono di lei si spense, e lei scrisse dal portatile: Caricabatterie. Sorella. Di nuovo.
Lisbona
A marzo lui volò a Lisbona e prenotò un hotel per conto suo, perché gli sembrava giusto. Lei lo aspettava al gate degli arrivi con un cartello di cartone che diceva BUONGIORNO, SCONOSCIUTO.
Furono impacciati esattamente per dieci minuti. Poi lei gli prese la mano per trascinarlo su un tram affollato, e non la lasciò più.
Quella sera, su una terrazza sopra l'Alfama, mentre il fiume diventava d'oro, lei disse: «Adesso ti bacio. Va bene?»
«Aspetto da quattro mesi che tu me lo chieda.»
Sapeva di sale e di vino. Il resto della serata – le stradine strette, la sua camera d'albergo, la finestra aperta e i rumori della città – resta tra loro.
La mattina dopo lui si svegliò per primo. Prese il telefono, sorrise e mandò un messaggio alla donna che dormiva accanto a lui.
Buongiorno, sconosciuta.



